Corrado Cosenza, Il volto amico della scuola

Sono entrato per la prima volta a scuola nel 1962 e non ne sono ancora uscito. Il primo giorno di scuola il maestro chiese se ci fosse fra noi il figlio di un falegname. C’era, purtroppo. Rispose affermativamente anche alla richiesta successiva del maestro: – potresti chiedere a tuo padre di farmi una bacchetta dura e flessibile? A cosa sarebbe servita lo avremmo capito presto, sulla nostra pelle: bisognava imparare subito la sofferenza dell’apprendere. Il dolore della pedagogia, non già la pedagogia del dolore, iniziò ad imprimersi nelle nostre menti più che nella carne attraverso quel legno a cui sembrava mancasse un braccio per evocare più compiutamente la sacralità del dolore di un altro legno che stava appeso al muro alle spalle della cattedra. L’uso di mezzi coercitivi di insegnamento non era uno scandalo, era la norma. I genitori stigmatizzavano e sottolineavano gli insuccessi scolastici con qualche sberla. La comunità di appartenenza, al pari di maestri e genitori, esprimeva la sua riprovazione ed il suo sdegno con epiteti semplici e chiari: Somaro! Analfabeta! Non c’era scampo: non c’era luogo dove potersi rifugiare e trovare conforto. Si aveva immediatamente la consapevolezza che la scuola fosse un obbligo a cui non potersi sottrarre pena l’emarginazione sociale. Questa idea era più forte e radicata nelle classi sociali basse che investivano quel poco che avevano per far studiare i propri figli, perché non subissero la loro stessa sorte: la discriminazione sociale, culturale ed economica. Avere un figlio diplomato o laureato era motivo di grande orgoglio e riscatto sociale. La scuola funzionava da ascensore sociale. Gli insegnanti avevano un forte riconoscimento sociale perché la scuola lo aveva. La società aveva una grande fiducia nella scuola: ciò che era buono per la scuola lo era anche per le famiglie e la società. Anche fra noi allievi era diffuso quel modo di sentire. Guardavamo con una certa diffidenza i bocciati quasi fossero dei piccoli delinquenti o degli ammalati gravi e contagiosi. A volte veniva paventato loro l’inserimento in classi differenziali. A lungo ho immaginato questi luoghi come strutture coercitive per correggere con la violenza i comportamenti e gli errori dei bambini. I motivi che mi inducevano alla frequenza della scuola risiedevano prevalentemente nel dovere, nell’obbligo e nell’obbedienza cieca alla scuola, alla famiglia ed alla società. Non credo che avrei frequentato la scuola di mia spontanea volontà. Il tratto distintivo della scuola non era certo la benevolenza o la cura verso gli ultimi. La prima volta che ho conosciuto il volto amico della scuola fu proprio nel ’62 in televisione grazie alla trasmissione “Non è mai troppo tardi” condotta dal Maestro Alberto Manzi. Quel maestro parlava agli adulti analfabeti e catturava la loro attenzione col suo linguaggio iconico tratteggiato dal carboncino su una lavagna. I segni si componevano poco per volta e il significato si poteva comprendere solo a disegno ultimato. Così migliaia di adulti impararono a leggere e a scrivere. I destinatari erano gli analfabeti, gli ultimi della classe. Ma quel maestro parlava anche a me bambino. Successivamente ho capito perché. Una scuola che è in grado di parlare agli ultimi con rispetto e cura è una scuola che è in grado di parlare a tutti. È una scuola che ama tutti: non discrimina, non punisce, ma accoglie, rispetta e si prende cura di tutti soprattutto di chi ne ha maggior bisogno. Una scuola che partendo da disuguaglianze sociali profonde colma le differenze di partenza. Non a caso il maestro Manzi ha iniziato ad insegnare in carcere, agli ultimi degli ultimi. La seconda volta che ho incontrato il volto amico della scuola è stato quando ho letto “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani. “Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati, allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi. Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”. Ancora una volta, fuori della scuola tradizionale, da un’esperienza di scuola per e con gli ultimi veniva la sollecitazione al miglioramento delle condizioni di apprendimento. Questa sollecitazione venne raccolta dalla contestazione studentesca e dalle lotte operaie. Le spinte sociali ponevano il tema dell’istruzione al centro dei propri interessi. La scuola parlava di società e la società di scuola con la consapevolezza che all’educazione toccasse un ruolo primario nel miglioramento delle condizioni culturali, sociali ed economiche. La consapevolezza della centralità dell’istruzione portò alla richiesta della formazione permanente. Proprio gli adulti iniziarono a chiedere per sé, non più solo per i propri figli, il diritto allo studio (anche del clavicembalo) lungo tutto l’arco della vita. Nel 1973 il contratto dei metalmeccanici impose le 150 ore di istruzione retribuite sottratte al tempo lavorativo. Fu una svolta enorme che diffuse il modello di scuole popolari per adulti che si affiancavano a quelle tradizionali tentando di innovare e migliorare metodologie e contenuti didattici. Le scuole per adulti diventarono luoghi di efficace sperimentazione didattica in grado di modificare e migliorare la didattica anche per gli studenti “normali”. Potremmo dire con un paradosso che la scuola serale illumina quella diurna. La scuola degli adulti offre una seconda, a volte ultima, chance a chi è stato espulso dal circuito scolastico. L’attenzione inizia a spostarsi dall’insegnamento all’apprendimento. Gli adulti che rientrano in formazione trovano nella scuola un volto amico. Non sono più ai margini del processo educativo, ma al centro. Sperimentano la spendibilità immediata della propria formazione in tutti gli ambiti della vita. Così ne 1986 ho scelto di insegnare in una scuola serale abbandonando il corso diurno. Mi sembrava che ci fosse una maggiore urgenza e utilità sociale. Lì avrei potuto più facilmente continuare ad imparare. Così è stato. Ho imparato da Marco, studente con scarse attitudini tecnico-scientifiche, ma con grandi interessi per la comunicazione, la musica ed il teatro. Nel corso serale ha trovato la possibilità di approfondire quegli interessi per poi utilizzarli anche in ambito lavorativo fino a diventare amministratore delegato di un’importante società multinazionale. Ho imparato da Mimmo che nella scuola carceraria mi diceva: “se avessi studiato prima forse non avrei mai iniziato a delinquere”. Ho saputo che non ha più avute noie con la giustizia. Ho imparato da Nadia che nella scuola serale ha scoperto l’amore per l’arte e che, seppure in età non giovanissima, ha continuato a prendersi cura di sé diplomandosi a pieni voti all’accademia di belle arti e dipingendo in modo meraviglioso. Ho imparato da Hussein che pur faticando nell’apprendimento dell’italiano non ha perso uno spettacolo teatrale dello Strehler fra quelli proposti da un suo insegnante. Ora è titolare di un’impresa e riesce col suo italiano ancora incerto a comunicare benissimo in modo decisamente empatico e simpatico. Continuo ad imparare da tutti i miei studenti. Avverto ancora la loro urgenza di riprendersi qualcosa di importante che gli è stato negato: la dignità e il rispetto sociale, ma soprattutto l’autostima. Nella scuola per gli adulti non si sentono più gli ultimi. Molti di loro, a distanza di anni, testimoniano, in modo che a volte mi sembra perfino eccessivo, la gratitudine per quella seconda chance che è stata loro offerta. Se non avessimo saputo cogliere queste loro istanze avremmo fallito anche noi. Così come falliamo nelle scuole “normali” quando gli ultimi non riescono a trovare uno spazio per le proprie attitudini e vengono sospinti verso una realtà che misura il successo con il denaro e non con l’autorealizzazione di sé. Tocca a tutti noi, alla società decidere se dare ancora priorità all’istruzione, se darle e darsi un’altra chance. Intanto lasciateci usare il nostro vetusto metodo maieutico, lasciateci “corrompere” ancora giovani e meno giovani con l’esercizio del pensiero libero.

Pubblicato su: www.deriveapprodi.org