Pino Tripodi, La scuola è ottima cioè pessima

I filosofi sono abituati a misurare la distanza tra il nome delle cose e il modo in cui le cose medesime accadono.

Per chi filosofo o meno volesse dilettarsi a considerare l’accadere della democrazia nella società vivente la scuola italiana è un terreno d’elezione privilegiato. In quale altro campo è così evidente che la democrazia con tutte le sue magnifiche ipertrofiche regole e le sterminate burocrazie che le sono congeniali è divenuta meno di un simulacro, una macchina necrotica produttrice di muri e fossati sociali.

Dove altro si palesa così chiaramente che la cosa che accade – la scuola – è fieramente antagonista del modo in cui si dice, delle regole che la informano. Nel vestito vuoto della democrazia la scuola sta a suo agio, scalpita smaniosa di dimostrare che se ne infischia delle regole.

Non senza ragione le regole dicono che quella italiana è la scuola democraticamente migliore del mondo. Praticamente gratuita, con quella pubblica di gran lunga superiore a quella privata, la scuola italiana è per di più accogliente, molto più accogliente delle altre se si prendono in considerazione le tutele a favore delle popolazioni alloglotte e dei portatori di handicap.

Vero. Talmente vero che l’estensione delle tutele ha messo in moto una catena di comportamenti sociali micidiali per cui la scuola che accade è la scuola più classista che la Repubblica abbia mai avuto. Quella del secondo dopoguerra in quanto a classismo impallidisce rispetto alla scuola che accade.

Mai in questo Paese è stato così lampante che ci sono le scuole per i ricchi e quelle per i poveri. Tali scuole hanno un differenziale sociale e culturale sempre più incolmabile.

La democrazia si sa non è il regime dell’uguaglianza; si accontenta di essere il regime politico in cui le disugualianze tendono magari pigramente ad assottigliarsi. Nella fase necrotica della democrazia le differenze invece si estendono a dismisura a dispetto delle regole ugualitarie.

A chi crede che queste note siano un esercizio iperbolico si consiglia di fare una brevissima inchiesta nelle scuole della propria città. Anche lì di sicuro ci sono scuole frequentate pressoché unicamente da stranieri e dalla straripante varietà di portatori d’handicap – cioè solo da poveri – e altre scuole dove i portatori d’handicap sono uguali a zero e gli unici stranieri presenti sono magari il figlio dell’ambasciatore e la figlia dell’amministratore delegato di qualche azienda estera.

Nell’architettura della scuola italiana in fin dei conti si evidenzia che i poveri sono ignoranti e handicappati e i ricchi sono eruditi e meritevoli.

A chi dirà: un certo classismo c’è sempre stato; è il riflesso delle accresciute disuguaglianze sociali, va di rispondere: ciò che accade non ha nulla di normale; è la catastrofe di una società rassegnata a reagire alle paure con mosse spaventose.

A chi pensa che la situazione sia il risultato dell’ennesimo perfido piano del capitale o dell’ultimo governo sciagurato vien da dire: magari! Sarebbe veramente bello segnare la linea della barricata, aizzare i più contro i soprusi delle minoranze proterve e arroganti.

Sarebbe bello e consolatorio, ma le cose stanno altrimenti. Quando le cose cozzano così testardamente contro le regole c’è dell’altro. C’è che la società è peggiore dello Stato. Accade. La società è peggiore dello Stato già pessimo.

La scuola della disuguaglianza è il risultato di un’azione sociale diffusa spontanea e prolungata.

I cavalli di troia di quest’azione sono loro malgrado i portatori d’handicap e gli alloglotti. Le giuste tutele nei loro confronti – portato ideologico della società democratica che fu – hanno provocato delle reazioni a catena. Nella società che fu se un insegnante rilevava le difficoltà di uno studente e le segnalava a un genitore gli andava bene se non veniva denunciato. La parola handicap e le difficoltà cognitive andavano tenute nel limbo dei consigli di classe. La società rifiutava la stessa nozione di disagio cognitivo e resisteva fino all’ultimo sangue prima di accettarla come condizione filiale. Con il progressivo inserimento delle tutele è esploso un accadere opposto. Appena uno studente riceve un’insufficienza, l’ansia genitoriale è tale che si ricorre immediatamente a torme di neuropsichiatri i quali in cambio di una lauta e ripetuta parcella con valutazioni millimetriche dei quozienti di intelligenza desiderano riconoscere che quello studente è senz’altro discalculico, disgrafico, dislessico, ha gravi ritardi nell’attenzione e altre patologie che non si possono negare a nessuno. Ciò che prima veniva stigmatizzato – l’handicap – oggi è il rimedio più certo – e più opportunistico – per sperare che i figli non abbiano a soffrire ripetute ripetenze.

Sta di fatto che i diversamente portatori d’handicap si moltiplicano e gli insegnanti di sostegno pure. C’è un divenire handicappato della scuola che rende handicappati gli studenti e gli insegnanti nella loro totalità.

L’altro cavallo di troia è stato quello dei cosiddetti stranieri. La legge italiana ne riconosce i diritti e l’accadere ne calpesta la dignità. Ciascun minore con o senza permesso di soggiorno può e deve frequentare la scuola italiana, vero, ma anche in questo caso l’integrazione – questa orribile parola che propongo di cancellare dal dizionario italiano – a volte dovrebbe avvenire al contrario. La concentrazione in alcune tipologie di scuole e di classi fa sì che a volte gli italioti siano minoranza e integrare la maggioranza nella minoranza è un vero casino.

Le scuole e le classi differenziate – a parte alcuni spregevoli casi – non sono frutto dell’Istituzione, ma del deficit cognitivo sociale, della scelta delle famiglie. Anziché ritenerlo patrimonio umano e linguistico da valorizzare le famiglie italiote – tanto più se democratiche e radical – hanno interiorizzato il terrore che la presenza diffusa di alloglotti e portatori h diminuisca il potere formativo della scuola e nuoccia al futuro della prole. La prima scelta della scuola per i figli è: quella con zero stranieri e con portatori d’handicap inferiori a uno.

Questo comportamento sociale dissennato è effetto di un razzismo profondo inoculato nell’antirazzismo diffuso unanimamente in superficie.

Un odio radicato verso la condizione proletaria in presenza del buonismo melenso e disgustoso delle maggioranze. Un’ignoranza primigenia del sapere che si spassa con l’erudizione più inutile e ostentata.

Al trionfo classista differenziale della scuola italiana come reagiscono i suoi attori sociali? Tra gli insegnanti, come di prassi, i più si adagiano, borbottano, entrano in massa nel partito della lagnetta. Per sopravvivere, attendendo già prima di nascere godot-la pensione, imparano presto a non insegnare e insegnano bene a non imparare.

I meno, i guerrieri, continuano a farsi divorare dalla passione. Insegnano sempre meglio e di più. Si formano con ferocia. Inondano di contenuti eruditi le zucche dello studentume. Per evitare di soccombere nella loro guerra al servizio del sapere – normale – evitano di farsi domande sul risultato sociale della loro erudita battaglia.

Di tutto ciò che è preside è meglio tacere.

Degli studenti si spera che parlino loro: mi limito semplicemente a segnalare che nelle rare rituali occasioni in cui si assemblano auto-etero o cogestiti la rimozione della loro condizione è piena; e a percepire che – anziché essere privilegiati, narcisisti, nullafacenti e quant’altro si dice di loro – sono le vere vittime di una scuola e di una società che fanno di tutto per sbarrare loro in faccia ogni pertugio di futuro.

Semianalfabeti o eruditi, italioti o stranieri, normodotati o non, tutti vengono allenati a coltivare le menzogne sulla formazione infinita. Dopo la scuola li attende ancora la scuola – meglio se a costi insensati – che si chiamerà corso di formazione o università o master. E poi uno due centomila stages. Un percorso a rotta di collo verso l’attività forse più gratificante ma sempre e soltanto volontaria. Pensano di essere precari e invece si stabilizzano in quella condizione infame per la vita.

Non divengono disoccupati, ché si affannano in ogni attività in Italia e all’estero per conseguire una superiore formazione, parlare più lingue, acquisire relazioni importanti, stagiare in aziende leader dalle quali quel che apprendono è meno di quel che effondono in termini di sapere. Fanno di tutto ma non li paga nessuno. Chiamarli disoccupati è una vergogna della lingua. Sono iper lavoratori migranti compulsivi desalarizzati. Lavorano volontariamente e gratuitamente per una società che ha come massimo target la distruzione del loro futuro.

In questo quadro cianciare di riforme o perdere tempo a criticarle è insensato. La scuola e l’università non hanno bisogno di nessuna riforma. Necessitano invece di una rivolta profonda, incessante, duratura. Di una rivolta di tutto e di tutti perché qualcosa finalmente possa apparire all’orizzonte.

Forse la rivolta già cova in forme che ancora non conosciamo. Sarà diversa da quella che accade ogni notte nell’incubo in cui mi vedo dileggiato da studenti che bruciano libri, lanciano ortaggi, spernacchiano le pretese di insegnar loro alcunché. Mostrano lo striscione in cui c’è scritto grande, grandissimo La vostra scuola è inutile. Il vostro sapere decotto. La vostra società dannosa.

Vi lasciamo il passato urlano ma sparite per sempre dal nostro futuro.

Mi sveglio sollevato di sopravvivere alla rivolta e mi preparo a fare anche oggi il guerriero posto che non sia già divenuto senza saperlo un orrendo assuefatto.

Pubblicato su:  www.deriveapprodi.org