Fausto Marcone, Aveva ragione don Milani

Ne aveva menato vanto fin dall’arrivo a scuola e ancora fino al momento in cui il maestro l’aveva chiamato a leggere il suo tema. Erano i primi temi, che allora si cominciavano ad affrontare in quinta elementare, dopo gli anni dei “pensierini”. E i titoli erano quelli che erano, quelli di allora.

«Vedrai lo farò arroventare d’invidia». Si riferiva al Pierino che avevamo in classe, tal quale quello descritto dai ragazzi di Barbiana e più odioso, perché assomigliava nell’aspetto al Pierino di “Ladri di biciclette”, quello della scena della trattoria, tutto azzimato, lindo e pinto.

Il titolo era Una marachella ben riuscita e Roberto fece la sua narrazione, l’attesa e poi l’arrampicata per arrivare al barattolo della marmellata, con il maestro che l’ascoltava bonario, occhio e orecchio paziente. Quando fu all’acme lesse con vigore: «Finalmente potevo averla tutta per me e mangiavo a squarciagola». La risata del maestro fu fulminea, potente e contagiosa e altrettanto devastante fu la mortificazione di Roberto, l’umiliazione che gli cadde addosso. «Ma mangiavi o urlavi?» Roberto non rispose. Il maestro smise di ridere, noi no: «Se non usi parole precise, finisci per raccontare altro da quello che vuoi far sapere».

Fu una lezione: la risata legata all’osservazione del maestro per quella parola. A lungo mi è girata in testa e cercavo io di evitare di trovarmi in una situazione simile. Il che significava una vera e propria lotta, per noi che venivamo dal bilinguismo imperfetto della predominanza assoluta del dialetto e dell’italiano quale lingua seconda appresa e parlata a scuola o solo in qualche altro sporadico luogo. Fu un imperativo: non ripetere l’esperienza di Roberto.

Già, ma ciò voleva dire semplicemente cercare sempre prima di scrivere o di parlare la parola giusta: la precisione del linguaggio, quella che i professori avrebbero poi chiamato la proprietà di linguaggio. E anno dopo anno ho capito quale esclusiva prerogativa fosse questa dell’espressione umana e strutturale requisito della modernità. La precisione è il carattere del mondo moderno, che è un mondo che misura con attenzione, non solo scientificamente e tecnologicamente, è il suo vero linguaggio: se la parola non esiste, la si crea, appositamente squadrata, e la si assegna, deve calzare compiutamente e l’uso della metafora all’occorrenza può aiutarci. Senza parole precise non si fissa la questione nel suo centro, si è sempre fuori rotta, forse di poco, ma fuori rotta.

A quasi 60 anni di distanza da quel piccolo episodio scolastico e con un’esposizione soverchiante alle parlate correnti, ai gerghi in uso, e a quel linguaggio veicolare comune delle nostre reti di relazioni, freno a fatica una catena associativa di pensieri che dalla precisione scolastica mi portano altrove, con passaggi mentali reconditi, anche non pertinenti ma persistenti, mi portano alla fine a tutto il testo da cui siamo circondati, se la lingua è la sua finestra.

Quante parole conosciamo? Che capacità abbiamo nell’usarle? Quanto può fare la scuola per aumentare la dote e la capacità d’uso? Quanto può fare tutto il fuori della scuola a distorcere il valore e il significato delle parole?

Tutto comincia lì, dalle parole. Un conto è dire: «Sai, ti amo un casino» masticando il chewingum e fumando, altro è dire: « Per te vegliai le stelle vivide del cielo» come fa Dino Campana, il “matto” Dino Campana, spasmodico pesatore delle parole.

C’è una grande bruttezza in Italia, l’elenco di scene di un nuovo film sarebbe lunghissimo, e altri lo raccontano già con efficacia. Penso però alla lingua e non riesco a togliermi l’idea che questa bruttezza viene, copiosa, da quell’opera in crescendo, a partire dagli anni ’80, di diseducazione, di svilimento e svuotamento di quanto nei decenni precedenti con tutte le difficoltà era stato generosamente costruito. Protagonista ragguardevole di tale opera di malaeducazione è stata innegabilmente la televisione commerciale, ben più vanificante ed escludente.

Nella seconda metà del ‘900 abbiamo attraversato diverse stagioni linguistiche e diverse geografie linguistiche si sono formate e sformate, anche con qualche buona occasione scolastica se è vero che i nuovi programmi della scuola media unica, in vigore nel ’79, riservavano alla lingua il posto che merita nella prima istruzione. E tuttavia parliamo male, e poi parliamo di che?

Nei decenni successivi la guerra assistemmo non solo alla ricostruzione materiale, fummo testimoni anche della costruzione di una dignità culturale, mai avuta, fatta di istruzione e di lingua nuova, libera da lugubri pennacchi. Furono gli anni di uno straordinario esercizio retorico, unico nella storia del paese: masse di analfabeti parlavano in pubblico, cercavano e creavano argomenti nelle sedi dei grandi partiti e dei sindacati. Non fu poca cosa, e non fu solo la televisione di stato a uniformare un linguaggio nazionale, semmai essa relegava sempre a un ruolo passivo, perché lì invece, in quegli altri luoghi, l’uso della lingua era turbinosamente attivo, per la prima volta il diritto di parola scendeva dove non era mai stato. Un riscatto linguistico millenario.

Ora invece ci sono i forum del web, i forum suburra e le suburre forum, siamo in una vita successiva. Il parlare comune è lontano da quella tensione e da quel rigore, perché nella lingua è sempre annidata l’etica: segui le parole e troverai il livello e il carattere etico di chi le usa.

Anche gli anni ’60 e ’70 che pedagoghi e linguisti proclamavano di frattura generazionale in realtà servirono a rischiarare un orizzonte linguistico nuovo, una ventata di aria fresca, per tutti giovani e adulti, portatrice di parole nuove e con esse di idee nuove e di nuovi fenomeni di cittadinanza.

Certo oggi la lingua è mutata ancora, è nella sua natura umana modificarsi di continuo, ora più lentamente ora più vorticosamente. Ma il dubbio che le nuove regole sociali e politiche del suo uso, generate in questo momento, portino ancora all’esclusione dei più deboli è forte. Continuo a vedere una soverchiante e inutile congerie di parole che occupa la nostra vita, con lo scopo di confezionarci addosso e intorno l’inautentico e tenerci ben lontani dai luoghi e dai processi della decisione. Perchè la lingua mediatica televisiva, che è ancora quella più seguita e imitata, è sempre sovrattono, sovrammisura, come se in una conversazione o in un colloquiare fra conoscenti si dovesse ad ogni costo stupire chi ascolta? Perchè in ogni campo del discorso pubblico, dalla politica alla pubblicità allo sport alla stessa economia siamo di fronte a una retorica, qui in accezione negativa, strisciante che finisce per costruirci una camera mentale, un sottofondo musicale scaltramente gestito? Perché nonostante gli impegni di più di un ministro le parole della burocrazia hanno mantenuto le loro inattaccabili caratteristiche comiche, come hanno ricamato gli scrittori, e purtroppo soprattutto pericolose? Perchè con tutti gli odierni mezzi di informazione all’opera, con i livelli di scolarizzazione raggiunti, De Mauro (ahimè, chi lo sostituirà?) ha continuato a dimostrare che sette italiani su dieci non comprendono un testo di media difficoltà interpretativa?

Io ho paura che sia stato scavato corruttivamente il nostro senso comune e attraverso questo sia stato manomesso negativamente il nostro senso dell’attenzione, dell’ascolto, che veniva da un tempo profondo in Europa e in Italia, ma che era il fattore di ciò che di buono raccontiamo nei libri di storia.

Chi produce la lingua oggi? Le parole che abbiamo in mano sono l’unico “mezzo”, macchine, di controllo, di previsione e di intervento sul mondo. Anche per dire il Male ci vogliono parole precise, come leggiamo nel Macbeth. Aveva ragione don Milani.

Roberto ha fatto e fa ancora, come era intuibile, il pasticciere. I suoi dolci sono una rarità, soprattutto per l’esatta misura dello zucchero, che dice la sua parola nella mescolanza appropriatamente, senza eccitazione, con la discrezione di cui lo sappiamo capace.