Alfredo Rizza, “Terrone!”

“Terrone!”

Era la prima volta che sentivo quella parola. Non ne conoscevo il significato, ma intuii dal tono e dall’espressione che non era un complimento.

Reagii, come poteva fare un bambino irrequieto (e un po’ irascibile!) quale ero, azzuffandomi con il compagno e con lui condivisi la punizione che le suore ci inflissero legando la martingala dei nostri grembiuli alle falde delle loro ampie vesti nere costringendoci, con le nostre gambette nude, a caracollare al loro seguito esposti ai risolini mal trattenuti dei compagni di classe.

Bambino appena arrivato nella Milano dei primi anni Sessanta parlavo solo il dialetto e quella parola segnò il mio ingresso nella scuola.

Fu un salutare benvenuto perché credo che abbia segnato, in qualche modo silente e sotterraneo, tutte le successive scelte di alunno, di studente e di insegnante.

Mi rivedo in un pomeriggio di luglio aggirarmi solitario nella scuola deserta, unico bambino rimasto affidato alle cure delle suore da genitori operai che ancora non potevano permettersi ferie, ma che in tal modo cominciò a imparare a leggere.

Mi rifugiai in un’aula vuota e quasi del tutto buia, se non fosse stato per una sfera di luce che filtrava da una tapparella mal chiusa e nella quale la danza del pulviscolo attirava il mio sguardo verso il cassetto semi aperto di una cattedra da cui occhieggiava un libro.

La copertina di carta paglia gialla ombreggiata sul dorso e le tante orecchie alle pagine ne denunciavano un uso quotidiano e compulsivo.

Lo aprii. Compitai lentamente il titolo: “Esperienze pastorali” di Don Lorenzo Milani (di cui solo qualche decennio dopo seppi che si trattava di un libro incappato nella censura del Sant’Uffizio e che, a rigore, non doveva essere letto dalle mie suorine di periferia).

Provai a leggere affascinato da quel mio primo incontro con un libro “vero”, fatto solo di pagine fitte di parole delle quali, come è facile intuire, non capii il significato se non di pochissime fra loro.

Ma tanto bastò a farmi sentire orgoglioso di quella conquista. E da allora cominciò anche la mia conquista dell’italiano, quella lingua strana che avevo sentito parlare per la prima volta dopo cinque anni che mi aggiravo per il mondo.

E l’italiano mi aprì le porte di mondi sconosciuti e affascinanti.

La Milano periferica, fatta di tram che portavano in fabbrica, di palazzi tirati su in fretta per dare un tetto ai terroni che quei tram affollavano già dalle sei del mattino, di nebbia fittissima nella quale mi piaceva nascondermi allo sguardo degli altri, durante le tante ore trascorse a scuola lasciava il posto alle storie di eroi (tutti giovani e belli, canta il poeta!), alle immagini di paesi lontani, alle poesie che scandivano il tempo e le stagioni, ai bulbi di giacinto e ai pallidi steli di lenticchie e fagioli germinati grazie ai nostri esperimenti botanici, alla quadrata e misteriosa armonia della tavola pitagorica.

Leggere, studiare e capire sotto la guida della maestra e insieme a tutti gli altri quaranta bambini in grembiule nero che affollavano la mia classe, mi fece eguale fra egualmente diversi.

Non fui meno terrone, ma la mia diversità si annullava nelle diversità di ciascuno di quei bambini che solo nel ricordo di adulto ritrovo chi timido e balbuziente, chi a trascinarsi faticosamente la gamba poliomielitica, chi perfettino e ben vestito, chi provvisto di vocabolario riccamente fornito di parole sconce, chi già bella e consapevole della propria bellezza, chi testardamente arrancante nella fatica del comprendere.

In quei primi anni di scuola imparai, o per meglio dire sentii ancora confusamente, che un traguardo raggiunto da pochi, lasciando indietro gli altri non è la vittoria dei pochi, ma la sconfitta di tutti.

Questa convinzione mi portai dietro negli anni del liceo nella piccola città calabrese in cui ero tornato.

Erano gli Anni Settanta.

La società italiana viveva una tumultuosa ed entusiasmante stagione di cambiamenti e nuove conquiste sociali e anche nella mia piccola scuola, alla periferia della periferia dell’impero, ne arrivava l’eco.

La società cambiava, la scuola cambiava. Faticosamente, lentamente, ma provava a cercare nuove strade.

Collettivi, assemblee, dibattiti e occupazioni; ma c’era qualcosa che mi disturbava, un senso di disagio che non capii subito.

Fino a che lo compresi.

I leader delle proteste, quelli che prendevano la parola nelle assemblee erano i figli della migliore borghesia professionale e mercantile della città.

Conoscevano le parole giuste grazie alle ricche biblioteche di famiglia. Conoscevano i gruppi musicali inglesi e americani più all’avanguardia i cui dischi giravano in impianti stereo sofisticati e costosi nelle loro camerette zeppe di vinili a 33 giri.

Si autodefinivano proletari, ma non avevano mai dovuto indossare i pantaloni regalati dalla signora in cui tua madre andava a fare le pulizie.

Si dicevano comunisti, ma i loro padri non si erano mai rotti la schiena zappando la terra dei campi, rovinandosi le mani e gli occhi cucendo sellini da moto nelle fabbriche in cui si costruiva il “miracolo italiano”, pulendo le scale e le stanze dei ricchi.

Fu così che in quegli anni affidai il mio desiderio di progresso e eguaglianza al messaggio altrettanto, o forse ancor più, rivoluzionario che proveniva da chi, sull’onda del Concilio, aveva fatto l’opzione per i poveri.

Preti operai al fianco di operai. Frati al fianco dei campesinos dell’America Latina. Vescovi al fianco dei poveri nelle brutali favelas brasiliane e centroamericane.

E tutti pagando duramente e di persona la loro scelta di stare dalla parte dei poveri.

E tutti loro mi hanno insegnato che l’arma più forte di tutte era l’istruzione e la scuola:

“Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l’avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola”

queste le parole profetiche di Don Milani.

Passarono gli anni del Liceo e quelli dell’Università pagati con le borse di studio per non pesare su un non florido bilancio familiare.

E si trattò di scegliere che mestiere fare per guadagnarsi da vivere e trovare il proprio posto nel mondo.

E come spesso avviene non lo si sceglie, ma si viene scelti.

Sliding doors, destino, caso: chiamatelo come volete. Quel che conta è che alla fine sono diventato insegnante.

E dove se non in un istituto professionale potevo andare a farlo questo mestiere?

Lì dove incontrai i miei pari: i ragazzi che come me provenivano da famiglie che non potevano permettersi di mantenere a lungo i propri figli agli studi, i ragazzi che le professoresse avevano già bollato con un “si consiglia un istituto professionale” scritto con burocratica noia in fondo alla pagella.

Ma non sarò mai abbastanza grato a queste professoresse.

Senza di loro non avrei mai potuto provare la bellezza di entrare in classi in cui insegnare era fatica vera, lotta quasi fisica per contrattare, mediare, convincere.

Senza di loro non avrei mai potuto commuovermi alle lacrime all’esame di maturità di I. quando, guardandomi con il suo sorriso dolce, si sedette davanti a me e con lo sguardo mi disse “ce l’ho fatta anch’io!”

 

 

Senza di loro non avrei mai potuto entrare in classe per trent’anni con il sorriso di chi, chiudendo la porta della classe, lascia fuori il mondo dell’esclusione e dei confini per entrare nell’ancor più difficile mondo di ragazzi che cercavano e cercano il loro posto nel mondo e che in questa ricerca pensavano che potessi aiutarli. E io ci ho provato e magari qualche volta riuscito.

Senza di loro non avrei mai potuto fare mie le parole di Don Milani “Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.”

Oggi non insegno più e il solo scriverlo è un pugno nello stomaco. Oggi non insegno più, ma continuo ad andare ogni giorno a scuola e provo, fra tentativi ed errori, a mantenere vive in me quelle parole di Don Lorenzo.

A proposito, sapete come si chiama una delle scuole che dirigo?

Sì, avete indovinato, è intitolata a Don Lorenzo Milani.

Dite che è una coincidenza?