Milo De Angelis, Alta sorveglianza

Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi ….

 In questo incipit di “Alta sorveglianza” di Milo De Angelis, ma non di Milo De Angelis, sta racchiuso, in poche essenziali parole, il difficile dialogo, sempre che di dialogo si tratti, fra uno studente detenuto ed il suo insegnante libero, sempre che veramente libero lo si possa ritenere.

Quel “Professore” è un Professore con la P maiuscola non solo perché è all’inizio del verso.

Il “forse un giorno riuscirò” sposta nel futuro un evento “forse” indicibile al presente e “forse” anche al futuro. La vita di chi è detenuto resta congelata nel passato, non un passato indefinito, ma preciso, quello della definizione della colpa. Si riduce la persona a quell’atto delittuoso che ne fissa per sempre l’identità per sé e per gli altri. Il futuro si consuma poi nella quotidianità di atti sospesi in un tempo scandito da altri.

“a parlarvi”, è un parlare di un Io che cerca un Tu con cui dialogare per condividere “forse” un’intimità e questa volta lo trova in un insegnante che lo sa accogliere ed elevare. È un parlare che usa il Voi, un Voi desueto con cui ci si rivolgeva un tempo anche al proprio padre in segno di rispetto. E non sembra il parlare a cui non ci si può sottrarre in carcere a cui allude lo stesso Milo De Angelis pochi versi più in là.

Ma a questo punto è sicuramente meglio far parlare Milo De Angelis, Professore e Poeta con la P maiuscola, di cui pubblichiamo appunto i versi di “Alta sorveglianza”, terza sezione di “Incontri e agguati”, e un post scriptum che lo stesso Milo De Angelis ha gentilmente scritto per LetterE a una professoressa.                                                                                                                                                     c.c.

Alta sorveglianza – Milo De Angelis
da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, Milano, 2015

 

Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della
mia giovane sposa e del mio delitto… forse ci riuscirò…
forse a fine anno… nell’ultima pagina di un tema.
(alunno della terza di Opera, compito in classe)
Non ho mai visto un uomo
fissare con uno sguardo così assorto
quella sottile tenda azzurra
che i detenuti chiamano cielo.
………………………………………………
Ognuno uccide ciò che ama.
(Oscar Wilde, La ballata del carcere di Reading)

 

I
In carcere bisogna parlare
lo sanno anche i taciturni come te
il veleno si fa strada in ogni silenzio
la notte ti interroga ti interroga
e tu alla fine hai risposto
parlavi di lei corpo sposa tenaglia
lei come una grazia folgorata
nessuno nel vederla resta vivo
parlavi di lei oscura furia delle melograne
luce selvaggia al cadere di una veste
assoluto mescolato all’ora d’aria.

 II
Quando hai cominciato l’opera
eri chiuso nel quadrilatero della tua voce
e ripetevi che le crepe sul muro, la luce
obliqua dei finestrini, i corridoi sbilenchi
tutto era pensiero
e questo pensiero era più forte di te,
si faceva materia, ti ingoiava.

 III
Opera, sei dappertutto ma non so dove sei.
Voce del male sbarrato, forse sei qui, nella grigia
stalla di via Camporgnago quaranta, sei
tra le attenuanti e i narcisi del volontariato
sei qui e non sei qui ti trovo e ti perdo nel suono
della scheda magnetica o nel grido di una requisitoria
sei scomparso e sei dentro di noi che avanziamo
passo dopo passo verso un dolore
tanto più incerto quanto più sembrava prossimo.

 IV
Hai visto franare la tua vita
tra codicilli, arbusti e demoni fangosi
hai sentito la potenza della cella
come un’ombra colpita
si oscurava l’armonia dei viventi
la giovane morta si incideva le braccia
si faceva eterno il tatuaggio.

 V
Qui non è prevista
la stagione dei dodici raccolti
qui ogni mese può essere infinito
o mancare per sempre
dipende da un giro di sigarette
da una compravendita o da un agente
che non ha ricevuto la giusta adorazione
e compila un rapporto feroce
dove ogni ora d’aria è avvelenata
e ogni parola trova un movente.

 VI
Ma le mura le avevamo già dentro
le notti curvilinee ci tornavano addosso
aprivo al mattino gli occhi lapidati
nasceva una prossimità violenta
si formava l’assedio.

 VII
Qui sciamano preti operosi
hanno labbra gonfie
si aggirano nel loro terreno di caccia
si nutrono con le croste di ogni colpa
benedicono tutto indifferenti
indifferenti preparano la deportazione.

 VIII
Sei un’ansia che non ha luce, dicevano,
sei nell’ateismo
di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione.

IX
Allora hai risposto, gentilmente, che sei tornato
dall’aldilà, hai risposto che dio non esiste
ma le anime sì: alcune sono rinchiuse in grandi pollai
dove tutti camminano lentamente
avanti e indietro, con un vestito marroncino
come questo, guardate, proprio come questo.

 X
Stiamo in punta di piedi per questo spettacolo
dell’aldilà: vediamo le donne momentanee
e il disegno sacro dell’edera, vediamo
grappoli maturi, nell’ora della giusta previsione,
finché lei si toglie la veste morta e divampa
il suo graffito sul muro della cella.

XI
Con la sua fiamma ossidrica, il dolore
ci raggiunge, perfora il ferro dei nostri
quattro punti cardinali,
tocca il nervo indifeso, indugia, insiste
lo fa prigioniero, lo trapana
fino al nucleo dell’urlo, fino all’istante crollato
in se stesso, mentre intorno si allunga
il corridoio delle mille anime vaganti. 

XII
Nella punta di questa matita
c’è il tuo destino, vedi, nella punta
aguzza e fragile che scrive sul foglio
l’ombra di ogni frase e scrive
le mura cieche, l’attenuante e il soliloquio
il tuo destino è proprio qui, in questo
immobile trasloco, in questo impercettibile
sorriso che un uomo offre
al mondo prima di sparire.

 XIII
Questo destino che nessun diario
raccoglie, nessun giornale, cronaca
o storia, vive nel sibilo
di un ricordo, nel suono
della giovinezza: il frutteto fantastico
e un fruscio negli abbaini,
e poi qualche grammo, il pigolio
del giudice di sorveglianza,
un’edicola notturna, una retata.

XIV
Era l’aggravarsi
di ogni atto nel buio di se stesso,
la cieca evasione, l’indulto
che ha potuto liberarci
per una notte sola,
per una sola notte sterminata.

 

 

 

XV
“Ascolti,
professore, ora parlerò di lei
parlerò della viola naufraga,
del petto martire, della valanga:
parlerò di lei, l’ultimata” 

XVI
“Lei donna di sedici anni diadema del sangue
codice lunare nelle guglie della sera
fervore di ceneri via lattea”

 XVII
“Ieri in cielo ho visto Sirio, amico mio,
e ho pensato che quello era il mio soprannome,
il nome di un ragazzo solitario
che additava un piumaggio di nuvole
e chiedeva quando torneranno, quando
tornerà quel visibilio di viole e di fiaccole.
Non devi amarla – risposero – non devi
amarla più”

 XVIII
“Profezie sottomarine
dicevano la catastrofe
ma io ho accettato ma io ho voluto
ridurmi a questo muso duro
che nei corridoi contratta con gli infami
l’orario delle visite. E ogni giorno
nell’orbita tremante cresce l’uragano
della donna sterminata”

 XIX
“Superati i confini della grotta,
tutto ritornò musicale
ritornò l’attimo del grande incantamento
come una festa dell’essere,
lei sorrise!”

 XX
“Sorrise, aprì la porta, scherzò nella luce
azzurrina della sua ultima stanza, aprì
allora la porta in un silenzio
fatato e violento. Il suo regno
era l’attimo, la scintilla, il rossore.
Ma quella gonna viola troppo corta
quel luccichio sconosciuto nella pelle!”

 XXI
“Tagliata alla radice,
l’ombra ha compiuto il crimine
una disarmonia senza riposo
un figlio creato che impazzisce e trema
nel giardino dei corpi,
una mano screpolata, una semplice
mano premuta sul ferro”

XXII
“Riappare quel giorno immobile
sul sentiero dell’estinzione
e noi siamo la forma destinata
a quel gesto magistrale:
ricordo solo il bacio
che diventò strage cieca e senza tempo”

XXIII
“Campane mute e capovolte
ora circondano il corpo
intorno al collo un filo di perline
aveva l’ansia di una daina
aveva intuito e provò a fuggire
ma il piede in corsa mosse una valanga
e iniziò il minuto esteso
della morte”

XXIV
“Una donna così si uccide solo con il coltello
si uccide corpo a corpo in una vicinanza
che zittisce le melodie del suo respiro
e l’ho colpita l’ho colpita con una certezza
vicina all’oblio… poi l’estate
precipitò nella notte
e mi nascosi lì, colpevole e tremante…
… per un intero minuto
l’ho colpita”

 

Post scriptum

Tutto nasce dall’incontro con Franco, un alunno siciliano del carcere di Opera, dove insegno da molti anni materie letterarie. Appena arrivato in classe, fui colpito da questo ragazzo inquieto, febbrile, in continuo movimento, che interveniva con osservazioni pungenti e curiosamente colte, come se conoscesse bene la letteratura italiana ed europea degli ultimi secoli. In particolare citava un testo di Oscar Wilde scritto a fine Ottocento, dove l’autore inglese racconta un episodio vissuto di persona durante la detenzione che dovette subire. Si tratta della Ballata del carcere di Reading, quella in cui appare il celebre ritornello “Ogni uomo uccide ciò che ama”. Franco sapeva a memoria tutto il poemetto e amava recitarlo in classe con una memorabile intensità che creava silenzio intorno alle sue parole. Passarono i mesi e a poco a poco, senza che io chiedessi nulla, attraverso i temi, le lettere, i frammenti di dialogo, cominciò a delinearsi la sua drammatica vicenda: Franco aveva ucciso la giovane moglie (una ragazza splendida, come appare nella foto che poi mi mostrò) a poche settimane dal matrimonio, dopo un periodo tempestoso di contrasti, fughe, riprese, improvvise apparizioni, promesse e maledizioni definitive, con le tinte accese e insieme cupe che caratterizzano certi amori della sua terra. Gli dissi che volevo raccontare in versi tutto questo e che per me la cosa era interamente nuova, non avendo mai scritto nulla della vita penitenziaria, nonostante il lungo periodo di insegnamento. Gli chiedevo insomma il permesso di mettere in scena la sua terribile storia e il suo dolore. Franco accettò. Mi raccontò per lettera altri episodi e altri risvolti, mi fece entrare con maestria narrativa nel cuore del passato. Ed ecco nascere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, questo poemetto “Alta sorveglianza” che poi diventerà la sezione conclusiva del mio ultimo libro, Incontri e agguati.

                                                                      Milo De Angelis