Corrado Cosenza, Una scuola dialogica

Ogni tanto qualcuno, alludendo all’età, mi chiede se mi piaccia ancora insegnare e io rispondo istintivamente di sì. Poi però rifletto. E penso che “piacere” non è il verbo più esatto che mi accompagna quotidianamente a scuola. Non provo piacere quando devo compilare il registro o le innumerevoli schede e relazioni (iniziali, finali, di valutazione, progettazione, rendicontazione, schede sulle diverse tipologie codificate di studenti, ecc.). Non provo piacere nelle discussioni stereotipate con alcuni colleghi sulla scuola e sugli studenti che mi restituiscono un senso di impotenza e vacuità.

Non provo piacere quando in classe irrompe il disagio, la sofferenza e la rabbia che qualche studente inopinatamente fa esplodere senza darle un senso e ottenendo una reazione esattamente opposta a quella che inconsapevolmente vorrebbe avere: l’ascolto e la comprensione.

Sono preoccupato quando trovo sedute fra i banchi, e ogni tanto anche in cattedra, le peggiori stupidaggini dei social network.

La faticosa ricerca, da parte di alcuni studenti di origine straniera, di un’identità altra rispetto alla provenienza geografica mi interroga sulla mia identità e sull’inadeguatezza di molte risposte multiculturali o interculturali che troppo spesso (pur con le migliori intenzioni) pongono in primo piano lo stereotipo etnico, religioso ecc. lasciando sullo sfondo la persona.

Mi arrabbio se non riesco a catturare l’attenzione dei miei studenti o verifico che gli sforzi fatti sono inefficaci.

Sorrido invece quando li vedo sedersi complici fra i banchi e, per sopportare una lunga giornata di studio, salutarsi sorridendo, scambiandosi qualche battuta canzonatoria su di me o su qualche altro insegnante.

Mi piace incontrarli dopo tanti anni e mi stupisce sempre sentirli esprimere un ingenuo quanto genuino senso di gratitudine che il tempo ha troppo generosamente ingigantito velando incomprensioni e sofferenze.

Mi sento appagato se riesco a restituire un po’ di autostima e dignità a chi pensa di non farcela mai e poi invece, a fatica, ce la fa, a dispetto di tutti coloro che non ci hanno mai creduto, compreso se stesso.

Mi diverto quando si inventano le scuse più improbabili per giustificare una mancanza. Alcuni hanno fatto morire i propri nonni almeno una decina di volte (che non sia un Edipo radicale?). Per non parlare poi degli incidenti di vario tipo e delle malattie degli animali domestici. Una serie innumerevole di eventi sfortunati che si concentrano tutti in quella classe e mi inducono a fare tutti gli scongiuri del caso.

Sono disorientato quando leggo nei loro occhi lo smarrimento o la distrazione e ho la sensazione di parlare al muro. E li immagino comicamente appiccicati alle pareti come carta da parati o come un quadro di Magritte.

Mi interessa scrutare i loro sguardi attraverso cui spesso capisco l’indirizzo da dare alle mie lezioni. Vedo occhi attenti che sembrano attendere le tavole della legge; occhi spenti di chi ha lavorato troppo o si è divertito tanto il giorno prima; occhi bassi di chi teme di essere interrogato; occhi persi in sguardi amorosi per un compagno o una compagna; occhi furtivi che scrutano di nascosto il cellulare abilmente camuffato; occhi assenti o distratti che guardano altrove, oltre quel luogo in cui sembra che siano presenti, o almeno così dice il registro.

Mi piace osservare quel concentrato di vitalità che neanche la costrizione riesce a spegnere.

Ma più che piacere è passione? È qualcosa che ha a che fare con sentimenti contrastanti e non sempre controllabili, che sfugge ad ogni misurazione oggettiva, “invisibile come tutte le cose più importanti”. Sono sentimenti intensi, mediati però dalla consapevolezza di essere un insegnante e di non voler derogare a questo compito che è l’unico motivo per cui sono lì in quell’aula. È un camminare continuo su un crinale fra professione (conoscenze, metodologie, strumenti ecc.) e passione, dove l’una non vuole mortificare l’altra e viceversa, ma renderla viva avendo come fine chi, malgrado tutto, ci ascolta.

Forse ciò vale per qualsiasi mestiere che implichi la relazione umana, ma è senz’altro diversa la responsabilità e la qualità.

Senza passione non credo che sarei capace di appassionare i miei studenti a quello che insegno. A dire il vero a volte non basta neanche quella. Ovviamente le variabili che influenzano la volontà di apprendere non dipendono solo da chi insegna, ma anche da chi dovrebbe o vorrebbe apprendere e dai messaggi che arrivano dalla comunità educante e da quella, sempre più ampia, diseducante.

So che se voglio avere accesso a quei mondi che sembrano uguali, eppure sono così diversi, per insegnare qualsiasi cosa, devo entrare in sintonia, o meglio in empatia (ancora il pathos) con ciascuna di quelle persone che ogni giorno mi producono sentimenti così diversi e spesso contraddittori e da cui ogni giorno apprendo qualcosa. Con l’a-patia potrei forse approssimarmi alla serenità, non certo ai miei studenti.

È nella relazione che tutti insieme possiamo trovare la motivazione ad apprendere. È un Noi di un rapporto certamente asimmetrico, come mi ricorda ogni giorno simbolicamente la dimensione e la posizione della mia cattedra rispetto ai loro banchi o la pedana che fino a non molti anni fa quella cattedra sollevava e poneva “più in alto” chi vi era seduto sopra. L’Io di chi vuole insegnare esige la relazione. La “parete di vetro” tra la cattedra e i banchi deve essere continuamente attraversata nei due sensi. Altrimenti si fa specchio su cui riflettere il proprio narcisismo beota. Non riesco a “far scuola” solo con l’Io, ma col Tu e col Noi che li comprende tutti e li supera, li mette in rapporto e li arricchisce attraverso lo scambio e il riconoscimento reciproco.