Giacinto Del Gizio, “Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?”

Mi sono sposato prima. Le cose avvengono sempre prima e solo dopo ci accorgiamo che sono già accadute. Può trattarsi dell’inizio, dell’avvio, o anche della cosa vera e propria. Avvengono anche dopo, cioè viviamo prima l’effetto e poi la causa. Lo so che sembra strano e se mi mettessi a spiegare, a dire che l’effetto viene prima della causa, rischierei di non essere capito e la derisione, non convincerei nessuno o al massimo otterrei qualche finto stupore, perciò lasciamo stare. Parliamo del mio matrimonio, che è avvenuto prima, a scuola, e parliamo di quasi 60 anni fa.

Arrivai in prima media, avendo superato a fatica l’esame di ammissione. C’era un esame da fare per entrare (e io gli esami li ho fatti tutti: 2^ elementare, 5^ elementare, ammissione appunto alla media, 3^ media, 5^ ginnasiale, licenza liceale, adesso è tutto cambiato, promuovono tutti). In quell’esame una professoressa si era incarognita a chiedermi il passato remoto dei verbi irregolari e un matusalemme al suo fianco, che sembrava san Bartolomeo scuoiato, insisteva sui gradi dell’aggettivo. Ma insomma entrai alla scuola media.

I cinque anni delle elementari erano stati selvaggi, spensierati, pieni di guerre di bande, di partite a pallone, di sortite nelle campagne per le ciliegie, i fichi e l’uva (qualche contadino ci inseguiva, qualcun altro ci portava anche l’acqua), di suonate di campane e di litigate annesse per avere la corda del campanone.

Quando entrai in classe, in prima media, per ultimo, mi fu indicato l’ultimo banco, vuoto, in una classe nella quale, come non avvedersene, comparivano le ragazze, un universo sconosciuto, forse appena visibile, anzi un incomodo stridulo, alla messa dei fanciulli in chiesa. A spiacevolezza si aggiungevano altre spiacevolezze e mancanze. Tutto era nuovo, non più il vecchio maestro che la prima ora leggeva il giornale e noi giocavamo con le figurine, non più Roberto che con il suo coltellino era capace di capolavori di intarsio sui banchi di legno (quelli alti, inclinati, con posizione ergonomica perfetta, il banco, non il tavolinetto da scoliosi che i Ministeri successivi hanno “pensato” ideale), Roberto era finito alla scuola di avviamento professionale, non più le finestre alte, larghe, lunghe che permettevano la fuga degli occhi. Sette insegnanti si alternavano nella settimana, ognuno credeva di essere il governatore di Morea, una finestrella in alto non portava neanche un refolo d’aria, la bidella per tutta la prima ora era indaffarata a portare il caffè ai professori, quello di francese ci fumava tre sigarette prima e tre dopo.

Passai il prino anno anonimamente, la presenza femminile era sì un fattore di straniamento abbastanza forte, che costringeva a un cambiamento di 180° discorsi, approcci, movimenti e vestiti (ogni sera mia madre, in combutta tacita con loro, mi obbligava a lavarmi i piedi), ma mi giovò il fatto di star da solo, in quel banco, dove, come dice Scarlatti, io “mi facevo lo fatto mio” e non avevo commenti di sorta. Poi il pomeriggio aiutava molto a recuperare la tensione del mattino.

Gli insegnanti coprivano il ventaglio sociale e caratteriale presente in città: dalla professoressa di lettere, giovane, moglie di un medico affermato, madre intelligente di due bambini, a quella di matematica, altrettanto giovane, ma nubile, acida, che due anni prima aveva voluto prendere la patente per dimostrare chissà che cosa e si era schiantata contro un albero e veniva a scuola ancora con una stampella, acida e anche teatrale, a quello di disegno, che fresco d’Accademia faceva mostre, anche se non era un Picasso, del resto non tutti sono dei Picasso e non per questo devono rimanere fermi, basta solo non crederlo. C’era anche, un’ora la settimana, data la presenza femminile, la lezione di Economia domestica, a cui noi maschi dovevamo assistere in silenzio, e queste furono lezioni davvero interessanti. L’insegnante, benché anziana, o forse proprio per questo, non parlò mai di cucito o di pentole, ma fece un vero e proprio corso di primo soccorso e di chiarimenti su tutti i liquidi strani che si trovavano in casa, con dimostrazioni velocissime ma efficaci. Non sopportava però la minima chiacchiera, allora diventava una belva, coi capelli bianchi.

Le quattro stagioni passarono, passò l’estate e la sua forza rigeneratrice e tornammo a scuola.

<<Quest’anno abbiamo una nuova compagna. Vai pure a sederti lì>>.

Lì! Nel mio banco, a 5 cm da me, l’astuccio, le penne, i quaderni, i gomiti, erano già oltre, oltre, oltre tutto. Quello era il mio banco, il mio spazio, il mio ecumene scolastico.

<<Come ti chiami?>>

Che ti importa?

<<Io mi chiamo Rossana>>

Lo disse con sicurezza, già perché ci sono quelli che indossano con sicurezza il proprio nome e quelli che invece no, perché in cuor loro non condividono del tutto la scelta fatta dai genitori, anche se poi si abituano.

Non era scura di capelli, l’incarnato, come si diceva allora, era quello dei chiari, le mani erano agili e decise, il cerchietto teneva fermi i capelli non lunghi, tutto il resto era grembiule. E cominciò il mio calvario, dalle imposizioni che dovevo subire (il banco era attaccato al muro per ragioni di spazio e per uscire io doveva lei farsi da parte e alla fine rinunciavo), alle risposte che dava lei per me, ai voti più bassi dei suoi, qualche volta molto più bassi (cercavo di nascondere i compiti in classe che ci restituivano), all’impossibilità di leggere ormai sotto il banco le vignette della Settimana enigmistica (Andy Capp, che mi scoprì leggevo con evidente interesse, lo definì “un essere insulso”, questa la parola di una dodicenne, o forse disse la parola “inutile”, adesso non ricordo bene) o al lunedì le cronache del tutto negate del campionato, a Roberto che saputa la cosa incontrandolo mi fece un gesto come a dire “adesso son fatti tuoi”. La mattina, appena sveglio, mi veniva mal di pancia, smisi di prendere il caffelatte con l’orzo e cominciai a bere il caffè, il vero caffè, ciò che aumentava anche la lucidità della mia situazione.

A Natale lei si alzò e recitò, dal banco, in francese, “Noel” (“Le ciel est noir, la terre est blanche/cloches carillonez gaiment…”), strappando quasi un urlo di approvazione dal professore, nonostante la sigaretta in bocca, e il 10 sul registro, e io volevo andar via, uscire.

Aveva memoria fuori del comune, da antico aedo, con una capacità di tre o quattromila versi, più senso musicale, non solo l’intonatura, ma gli attacchi erano precisi, ciò che mette sempre ordine in una cantata, mentre io non azzeccavo una nota neanche con il battito delle mani vicino alle orecchie.

Passò gennaio e arrivò febbraio con la neve balcanica e la professoressa di Lettere, che leggeva e si intestardiva a voler far partecipi anche gli altri della forza e della bellezza che trovava, ci fece trascrivere, con l’ingiunzione della memoria, la canzone di Mignon dal Wilhelm Meister di Goethe: una splendida nota della scuola italiana in quei lontanissimi anni di “rosa, rosae, rosae e lupus, lupi, lupo”.

E il lunedì dopo la lagna del Festival di Sanremo (“Al di là del mare più profondo, al di là delle stelle, al di là della pastasciutta e delle polpette..”) entrò in classe e indicandoci con il dito ci chiamò a recitare la canzone di Mignon, uno a destra e l’altra a sinistra della cattedra. Ci vedeva lungo e dopo quattro mesi di osservazioni svelte ma perspicaci, dalla cattedra, di quella convivenza bancale decise che quello era il giorno. Diresse lei le fasi della cerimonia, come un maestro d’orchestra:

Io: Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
fiammeggiano nel cupo fogliame arance d’oro,
un dolce vento spira nel cielo azzurro,
placido il mirto e alto sta l’alloro.
Lei: Lo conosci?
Laggiù! Laggiù!
mio amato, con te vorrei andare.
Io: Conosci tu la casa? Il tetto sta su colonne
la sala brilla, splendono le stanze,
e statue di marmo stanno e mi guardano.
Cosa mai ti han fatto, povera bimba?                                   
Lei: Lo conosci?
Laggiù! Laggiù!
Vorrei recarmi con te, mio protettore!                
Io: Conosci il monte e il sentiero fra le nuvole?
Il mulo cerca il suo cammino nella nebbia,
nelle caverne sta l’antico covo dei draghi,
la rupe si inabissa e il flutto la sommerge;
Lei: Lo conosci?
Laggiù! Laggiù
va il nostro cammino! Andiamo, padre!            

Io recitai la poesia, lei con filo di voce, ma con la tenerezza e la decisione non di una ragazzina bensì di una donna, recitava lo scarno ritornello che era il grido di nostalgia e di amore della giovanissima Mignon. E così avvenne la metamorfosi, man mano che le parole uscivano da me. I miei occhi non guardavano, scrutarono nella prima strofa, si fermarono decisi nella seconda e nella terza, tutto era diventato semplice.

Nulla più abbiam saputo della professoressa di Lettere, ma la mano che guidava le parole è ancora nei nostri occhi, come i miei in quelli di Rossana e i suoi nei miei.

Nel dicembre del 2009 una sentenza del Tribunale di Milano condannava, insieme ai figli colpevoli di reati sessuali su una ragazzina, i genitori per non aver saputo “educare ai sentimenti e agli affetti”.

Quale grande verità hanno scritto quei giudici, non una sentenza, ma uno strattone all’indolente e accidiosa vita familiare dell’Italia dei cellulari e degli happy hour: Hanno scritto che se non si parla al cuore dei ragazzini, si apre loro solo la porta del delitto.

I nostri genitori, dopo la guerra, ci avevano dato la materia dei sentimenti, la scuola le parole, la scuola, non il cinema, falso, o le sciocche canzonette.

Le poesie sono gocce. Eppure, eppure.