Annaletizia La Fortuna, Libera-mente: riflessioni di un’insegnante in carcere

 

Da dodici anni lavoro come insegnante di Matematica nella scuola secondaria di secondo grado. Per dieci anni sono stata precaria.

Ho imparato a trovare qualcosa di bello anche nel termine “precarietà”, da sempre usato (a ragione) in accezione negativa. Precarietà per me ha significato moltiplicazione delle esperienze, accesso a possibilità nuove. In dieci anni di precariato ho conosciuto i contesti scolastici più disparati, dal prestigioso liceo milanese all’istituto professionale di periferia. Ho lavorato con adolescenti appartenenti alle più svariate culture, etnie ed estrazioni sociali. Ho insegnato agli adulti nei corsi serali.

Quattro anni fa, poi, in occasione della consueta scelta annuale della cattedra, ho deciso di sperimentarmi in un contesto per me completamente nuovo: un istituto professionale ad indirizzo alberghiero sito in una casa di reclusione, frequentato da soli adulti di sesso maschile.

In quei giorni di settembre di quattro anni fa ho riflettuto a lungo su quella scelta: perché preferire una scuola ubicata in carcere e con un target adulto maschile ad una delle tante possibili scuole diurne frequentate da adolescenti? Perché affrontare un ambiente così diverso, “problematico”, sconosciuto? Ho interrogato me stessa a fondo, in quei giorni e anche dopo. In realtà è una riflessione che continuo a portare avanti ancora oggi, cercando di esplorare e razionalizzare le ragioni del mio interesse per questa esperienza.

Sicuramente la prima (e ovvia) è il mio profondo credere nel potere della cultura e della scuola. Io ho scelto di fare questo lavoro proprio perché ho sempre creduto che i libri possano cambiare il destino dell’uomo, più che mai in contesti come quello carcerario. Credo profondamente che chiunque, qualunque sia stato il suo passato e la colpa commessa, abbia diritto ad una possibilità: quella di vedere il mondo con altri occhi e di riprogettare una vita nuova.

D’altra parte ho provato ad interrogare in maniera critica questo mio desiderio di “lavorare in prima linea”. Tempo fa ho letto un interessantissimo articolo del sociologo Eugene Enriquez, intitolato “I fantasmi del cambiamento” nel quale l’autore sostiene che l’operatore sociale, nei suoi interventi, è spesso abitato inconsciamente da alcune rappresentazioni fantasmatiche del proprio ruolo e sottolinea il rischio di rimanere “imprigionati” nella propria rappresentazione fantasmatica. Enriquez ne elenca alcune e io mi sono riconosciuta in quello che lui definisce il “fantasma del riparatore”, cioè colui che si vota alla causa dei più deboli, soffre per le ingiustizie sociali e si impegna per porvi rimedio. L’autore si chiede però quale sia il vero motore di questa vocazione e insinua un dubbio: che non sia forse questo un mezzo per dare un senso alla propria vita? Domanda scomoda questa, ma che non si può evitare…

Può essere…può essere che davvero alcune scelte nascondano questa ricerca di senso e non escludo che anche per me possa essere stato così. Sicuramente, però, con il tempo e l’esperienza qualcosa cambia: ti rendi conto che nel sociale i fallimenti sono spesso molto più numerosi dei successi, che la vera grandezza di questo lavoro non sta tanto nell’essere un riparatore quanto nella possibilità che concedi a te stesso di conoscere “mondi possibili”. Credo proprio che questa curiosità verso la vita, unita alla consapevolezza del potere della diversità, siano stati i veri motori che hanno orientato la mia scelta verso la scuola in carcere. Sorprendente è stato per me vedere rispecchiate queste mie riflessioni in uno degli aforismi più famosi di Gregory Bateson: “La mappa non è il territorio”. Ogni giorno mi approccio alla realtà attraverso le mie mappe, ne costruisco di nuove, sempre più precise e dettagliate, che mi aiutino a trovare la strada e a conoscere meglio i luoghi. Ma tra le mie mappe e il territorio c’è un grande scarto, dato dalla mia storia, dalla mia formazione culturale, dalla mia percezione sensoriale. Quello che vedo del territorio è filtrato dalle mie lenti. E allora la consapevolezza di quanto mi sfugge, della parzialità del mio sguardo, di quanto immensamente più ricco sia il territorio rispetto alle mie mappe, mi ha portato a ricercarne di nuove e soprattutto di diverse. Com’è la mappa creata da chi da anni vede il territorio attraverso una grata? Cosa nasce ogni dall’incontro di quelle mappe con le mie? Tanto, credo. Crescita, trasformazione, ricchezza, complessità. Prendere le distanze da certezze assolute e sindromi di onnipotenza. Rimettere in discussione antiche credenze. E credo che questo accada tutti i giorni non solo a me, ma anche ai miei studenti, per i quali probabilmente il senso vero dell’esperienza scolastica è proprio il confronto tra mondi diversi, la scoperta di nuovi, la riflessione sui propri.

Decidere di avventurarmi in tale esperienza non significa che ne abbia ignorato i rischi: sapevo di inoltrarmi in un terreno a me ignoto, in cui probabilmente mi sarei sentita straniera e disorientata. Ma ho pensato che valeva la pena correre il rischio. Mi viene in mente la metafora del viandante di Nietzche che ho letto qualche tempo fa: il viandante che si chiude la porta di casa alle spalle e affronta il gelo di “notti senza stelle”, sperimentando la solitudine e lo straniamento. Ma quel viandante è lo stesso che poi si guarda dietro riconoscente, riconoscente alle sue peregrinazioni, alla loro durezza, al suo estraniamento da sé, ai suoi sguardi in lontananza e ai suoi “voli da uccello in fredde altezze”. Che fortuna – pensa – non essere rimasto sempre “a casa”, sempre con “se stesso”… In questi anni mi sono spesso sentita come quel viandante, fortunata, privilegiata protagonista di un’esperienza avventurosa ed entusiasmante: gettare ponti tra culture diverse.

Proprio questo infatti è stato ed è l’aspetto uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro in carcere. L’incontro con i miei studenti, infatti, mi ha dato la possibilità di avvicinarmi a culture a me completamente estranee, a nuovi modi di interpretare la vita, la società, lo Stato, i valori morali. In questo incontro spesso si rimane spiazzati, attoniti. Ma queste esperienze diventano preziose se ci si impegna in un attento lavoro di risalita verso le cornici di quelle culture. E’ un momento arduo e delicato: risalire alle cornici di una cultura non vuol dire infatti condividerla e accettare i suoi modi di vedere, soprattutto di fronte a pratiche di violenza o disonestà. Significa essere consapevoli che anche ciò che ci ripugna può avere un suo significato, diverso da quello che ha per noi. Vuol dire impegnarsi a comprendere quel significato meglio e più in profondità, pur non condividendolo. Impone di lavorare su se stessi. Mi è capitato di ritrovarmi seduta di fianco ad un mio studente, a scrivere qualcosa sul suo quaderno e a chiedermi, guardandolo in faccia, cosa può muovere la mano di un assassino, quali logiche animano la cultura di un mafioso e quali pensieri passano nella mente di un pedofilo. Non sono stati momenti facili, perché queste realtà ti turbano, ti destabilizzano. E’ faticoso, ma è un’esperienza che ti fa maturare perché ti insegna a guardare oltre l’etichetta che la società ha messo sul singolo individuo. Qui più che mai le etichette pesano come macigni. Nel mio lavoro ogni giorno scelgo di guardare oltre le etichette. Spiegando la Matematica a tutti, sedendomi di fianco a ciascuno per aiutarlo, stringendo tutte quelle mani a fine lezione, ho deciso di adottarne una sola: quella di studenti.

Tanti sono gli avvenimenti e le riflessioni che hanno abitato le mie giornate in questi anni. Ho conosciuto momenti di grande entusiasmo e altri di fatica, dubbi e ripensamenti. Nelle mie riflessioni ho sempre tenuto a mente l’imperativo etico di Heinz von Foerster: “Agisci sempre in modo da aumentare le possibilità”. Allora la domanda cruciale è: quale educazione proporre? Come aprire nuove possibilità? Come donare speranza? Ritengo che nel contesto che ho descritto il vero cambiamento che da educatori possiamo offrire sia l’apertura a nuove visioni del mondo. Solo la conoscenza di altri punti di vista, di nuove descrizioni della realtà, di altri approcci etici, potrà dare ai nostri studenti la possibilità di riflettere e maturare un cambiamento. In quest’ottica ritengo inefficace agire secondo una logica istruttiva, basata sulla presunzione di trasmettere informazioni che possano produrre cambiamenti pre-codificati, mentre concordo pienamente con l’idea di moltiplicare le possibilità, accompagnando ciascuno all’elaborazione di un suo cambiamento.

Quanto a me e al mio lavoro di insegnante di Matematica, credo che l’azione deliberata più importante sia continuare a lavorare sulla costruzione di una relazione “generativa”, basata sull’ascolto attivo, che si impegni a co-costruire il sapere, a creare connessioni tra le alterità e i punti di vista diversi. In questo la “mia” Matematica credo possa costituire un valido strumento, per mostrare nuove descrizioni del mondo, nuovi punti di vista, nuove connessioni tra i saperi.

Moltiplicare le possibilità: non solo per i miei studenti, ma anche per me stessa, come educatore e come essere umano. Aprire la mente a mondi nuovi. Liberarla…libera-mente.