Alfredo Rizza, Io cammino da solo!

È venerdì e sta per suonare l’ultima campanella dell’ultimo giorno della settimana di scuola.
Mi alzo dalla scrivania e mi dirigo verso il portone per salutare i ragazzi che fra poco invaderanno l’atrio della Scuola Secondaria (la Scuola Media per chi è affezionato ai propri ricordi scolastici) per correre verso l’uscita e verso due giorni di piena libertà.
Come tutti i docenti e i dirigenti scolastici, vivo questo momento dell’uscita da scuola su quella labile linea di confine che passa tra l’emozione nel vedere i volti dei ragazzi e delle ragazze felici della prospettiva di due giorni senza prof, campanelle e banchi in cui stare seduti per sei ore, e la sottile ansia di sperare che non succeda loro niente nel tragitto che li separa da casa.
Già, perché quel tragitto la stragrande maggioranza di loro lo percorre a piedi, in bici o salendo sul bus urbano che li attende a pochi metri.
Pochissimi i genitori o i nonni ad attenderli, ma se chiedete ai ragazzi se la cosa li turba vi risponderebbero che li turberebbe molto di più trovare i propri genitori fuori dai cancelli.
Addirittura se ne vergognerebbero. Si vergognerebbero di essere trattati come bambini incapaci di badare a se stessi, reclamando un’autonomia che noi adulti non sempre siamo disposti a riconoscere loro.
Eppure, guardando alcuni fra quei volti all’uscita vedo le loro storie, le loro fatiche nel crescere, le loro mute domande.

V., 12 anni. Per la sua storia personale e familiare ha dovuto imparare presto a essere autonomo.
È arrivato nella nostra scuola dopo che in altre i docenti si erano arresi davanti alla difficoltà di gestirne i comportamenti irriducibili ad ogni regola che si manifestavano in atteggiamenti pericolosi per sé e per i suoi compagni di scuola, con momenti di violenza fisica e tentativi di fuga.
Non è stato e non sarà ancora facile lavorare insieme a lui, ragazzino che ama le camminate in montagna e andare per funghi di cui conosce ogni caratteristica, che sa inventare storie avventurose in cui l’eroe protagonista è sempre dotato di superpoteri che gli derivano da pietre e minerali di cui sa descrivere con precisione da geologo come e dove trovarli, che si arrabbia e inveisce se prende solo nove nel compito di matematica.
Lo vedo inforcare la sua bici. So che attraverserà i pochi chilometri fino a casa sua prendendo una scorciatoia che passa per il parco. Al mio “Stai attento” non risponde, ma mi guarda un sorriso sfrontato che sembra dire: “Lascia perdere, lo sai anche tu che da sempre io cammino solo”.

C., 13 anni imprigionati in un corpo precocemente adulto. Storia difficile la sua. Abbandonata a due anni dal padre che oggi si rifiuta di accoglierla nella sua nuova famiglia e trascurata dalla madre costretta a barcamenarsi fra vari lavori che gli consentano di avere un reddito minimamente dignitoso.
Per lei abbiamo dovuto chiedere l’intervento dei servizi sociali perché viene raramente a scuola e perché preoccupati dal suo modo di vivere di cui non fa alcun mistero. Preferisce passare le sue mattinate a letto, i pomeriggi in giro per la città e la sera in compagnia di ragazzi molto più grandi di lei attardandosi fino ad ore improponibili.
Ha parole comprensibilmente durissime nei confronti dei suoi genitori di cui ha perso ogni stima e a cui non riconosce alcun ruolo.
Quando la incontro provo sempre a parlare con lei e spesso mi ritrovo a utilizzare un tono paternalistico che non vorrei, perché so che a C. gli adulti rappresentano quanto di più deludente la vita le abbia finora offerto. Eppure mi ascolta e mi illudo che quel suo modo serio di guardarmi possa significare che l’ho convinta.
Ma si tratta appunto di una breve illusione. Il giorno dopo verrà sicuramente a scuola e verrà a cercarmi per salutarmi per poi sparire di nuovo.
La vedo uscire nel piazzale e penso che devo imparare a capire che questo suo modo di fare è il suo personale modo di dirmi: “Non mi fido più di voi adulti. Non percorrerò con voi nessuna strada. Io cammino da sola!”

A.,12 anni. Ha frequentato da noi la Scuola dell’Infanzia, la Scuola Primaria e da due anni la Secondaria. Ha problemi motori che ne limitano i movimenti. Fino alla quinta Primaria si muoveva con l’ausilio di una docente. Da un anno a questa parte sta provando, con sempre maggiore successo, a muoversi senza aiuti.
Testardo e volitivo non si è fermato neanche a seguito di una rovinosa caduta sul vialetto ghiacciato dopo aver rifiutato il sostegno della mamma che lo aspettava.
Oggi ci siamo incontrati sull’uscio di scuola all’uscita. Gli ho chiesto se la mamma lo stesse aspettando e mi ha risposto di averle chiesto di attenderlo al parcheggio antistante la scuola, ma di mettersi in fondo, praticamente all’uscita.
Lo aiuto a sistemare lo zaino e la cartelletta dei disegni. A. ringrazia e si avvia all’uscita. Prima di imboccare il vialetto si volta per salutare con quel suo sorriso buono che tutti abbiamo imparato ad amare e sembra voler dire: “Lo farò piano, un passo per volta senza mai demordere. Se cadrò saprò rialzarmi, ma non pensiate che possa tornare indietro. Io, ormai, cammino da solo!”