Giuseppe Genna, Pandemia psichiatrica

E’ fondamentale, più oggi di ieri, abbandonare la parola, farla fluttuare nell’assenza roboante delle parole che le sono sorelle – oggi che l’attenzione crolla, oggi che il discorso crolla, oggi che il testo viene abolito. E’ utile proporre la parola, disappropriarla rispetto alla convenzione stracciata, per cui eravamo una comunità linguistica e non lo siamo più. Dare consistenza alle urla, alle sedimentazioni, alle prognosi del passato, a oggi, sembra essere una prassi di abolizione dello stato passato delle cose e anche di quello presente.
Parla dunque Franco Basaglia e parla dal 1982 e dai suoi Scritti (in Follia/Delirio) e dice: “Voce confusa con la miseria, l’indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall’internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell’invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire”.
Se fosse possibile, in questo presente accelerato, sostenere o perlomeno vivere la follia nella sua infinita distanza dall’istituzione che la etichetta, allora sarebbe anche possibile appropriarsi umanisticamente del proprio tempo, senza cadere nell’interdizione che impone in tutta la sua bruciante attualità l’istituzione sociale, ovvero l’intero contratto che sottintende la formazione di una collettività di lingua, di psiche, di regolamentazione delle relazioni.
Non è così. Ha vinto da lunga pezza una visione, e poi una percezione, improntata al riduzionismo più cieco, una tassonomia feroce, che ha compiuto automaticamente un’operazione politica colossale: il disturbo mentale è stato spezzato, è stato atomizzato, si è preferita la chimica alla centralità della relazione d’aiuto, ogni budello sociale che accogliesse il disagio è stato progressivamente smantellato.
Non basta. La malattia coincide oggi con gli esiti dei processi alienativi in cui il popolo è immerso, senza riuscire a reclamare il diritto alla cura e alla salute esistenziale, oltreché psichica. Basta aprire il rapporto 2017 Istat sulla salute mentale: “Il benessere psicologico in Italia è diminuito tra i giovani e gli adulti, mentre lo status economico, il genere, l’esclusione sociale, in particolare dal mercato del lavoro, influiscono sul benessere psicologico” in modo pesantissimo. Se fosse una scoperta, potremmo affermare di trovarci in un’epoca di felicità euristica. Tuttavia i crolli psicologici sono all’ordine del giorno, per motivi a cui è difficile porre rimedio stando nel frame sociale attuale, tutto giocato su tecnologia, innovazione, rottura delle relazioni di base.
Il risultato? Milioni. Di cosa? Di confezioni di psicofarmaci consumate in Italia nel 2016.
Recita il rapporto sulla salute mentale, pubblicato dal ministero della sanità nel 2016: “Per la categoria degli antidepressivi, la spesa lorda complessiva è di oltre 338 milioni di euro con un numero di confezioni superiore a 34 milioni. Per la categoria degli antipsicotici la spesa lorda complessiva è superiore a 68 milioni di euro con un numero di confezioni che sfiora i 5 milioni”. Le prestazioni erogate nel 2016 dai servizi territoriali ammontano a 11.860.073.
Queste cifre disegnano una geografia del disagio italiano. Sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto le regioni che hanno richiesto i maggiori tassi di intervento psicosociale. E ciò mostra che lo stato di disoccupazione non è sovrapponibile al disagio psichico, poiché nel 2016 cinque regioni italiane, e non quelle ad alto tasso di intervento psicosociale, hanno fatto registrare un tasso di disoccupazione di almeno il doppio della media Ue (8,6%), ossia superiore al 17,2%: si tratta di Calabria (23,2%), Sicilia (22,1%), Campania (20,4%), Puglia (19,4%) e Sardegna (17,3%).
La bomba sociale, che sta evolvendo verso una deflagrazione costante e ciclopica, determina che le relazioni alienate producono alienazione psicoemotiva. Forme di materialismo produttivo diffuso non sanano affatto l’enviroment sociale: lo aggravano e lo acuiscono.
Sarà il caso di rifarsi a un testo fondamentale, tradotto on line recentemente in Italia, ovvero Good for Nothing di Mark Fisher, suicidatosi nel 2017: “La scuola di pensiero dominante in psichiatria individua le origini della depressione nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale. La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un ‘potere di classe’, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante”.
E’ una conclusione che, per quanto sia politicamente tradizionale e si iscriva coerentemente in un dispositivo sociale, va disattivata con estrema urgenza. Il linguaggio che parla questa pandemia di ordine psichico è certamente la censura di ogni alternativa al capitale e al suo dominio nella sua fase storica più teratogena. La disabilitazione della psiche va di pari passo a quella dell’ipotesi antagonista al capitale, il quale determina un suo realismo privo di opzioni altre. E’ il funebre “realismo capitalista”, un sintagma che si deve ancora a Mark Fisher (l’omonimo saggio è stato recentemente pubblicato in Italia da NOT), la cui analisi è puntuale e indefettibile: lo stato dominante delle cose si propone nelle vesti di principio naturale e non di un dato di fatto, mentre, come da analisi di Deleuze e Guattari in Capitalismo e schizofrenia, la questione psichiatrica diviene l’esito politico più sensibile e concreto, in assenza di una ripoliticizzazione del male più o meno oscuro.
La retorica dell’innovazione, con cui si irregimentano le masse occidentali (un occidente che è ubiquitario sulla superficie planetaria, sia chiaro), è soltanto l’apparato più pressante di un realismo ulteriore, che è quello tecnologico. Uno dei vizi precipui dell’analisi anticapitalista è quello di ritenere la tecnologia un’espressione del capitale stesso, quando invece il nostro tempo inizia a porre con forza l’ipotesi che il capitale sia una strumentazione che fa emergere la disappropriazione dell’umano da parte dell’umano, letteralmente ex machina.
La violenta onda anomala, che sta investendo in modi sempre più virulenti ogni individuo, modificando le relazioni di base e quindi qualunque espressione collettiva, altro non sembra se non il risveglio all’intelligenza della materia bruta, che prelude a una fusione anzitutto psichica tra l’organico e l’inorganico. La tecnologia delle comunicazioni, che è chiamata a coadiuvare o tout court a esplicare soluzioni e terapie innovative in casi di depressione e proanoressia, è la potenza medesima che conduce a livelli incrementali di depressione e proanoressia. E’ emblematica l’attenzione alle patologie a cui espone la tecnologia ludica, portatrice di potenziali considerati curativi: nella lista delle nuove patologie, pubblicata dall’Oms nel corso del 2018, compare il cosiddetto “gaming disorder”, ovvero il quadro di disturbi implicati dalla dipendenza da videogame, mentre uno studio pilota del centro di ricerca del King’s College di Londra ha provato “con successo” a sfruttare i medesimi videogiochi per terapeutizzare la schizofrenia.
La natura anfibia del successore (o del reale muster of puppet) del capitale, ossia l’esplosione della superintelligenza non organica, impone il ripensamento dei fondamentali potenziali evocabili nella relazione tra umani. E’ su questo perno, il quale è cura di sé e dell’altro, che si gioca la partita politica dei prossimi decenni, prima che la psiche trapassi a mero aggregato di micromoduli informativi, secondo un materialismo dell’immateriale che abbiamo imparato a disprezzare e a individuare quale colpevole di riduzionismi e cecità rispetto all’emergenza neopsichiatrica, una delle ultime e definitive chance di comunicare collettivamente e di lanciare richieste di soccorso nell’occidente diffuso.