Lettera DI una professoressa

Ripensiamo alla pubblica scuola di tutte e di tutti a partire da Lettera di una professoressa. A 50 anni dalla sua pubblicazione, rievochiamola, facciamo risuonare oggi la voce e le parole dei ragazzi di Barbiana di allora e del loro maestro don Milani, mettendola però in tensione con quel tanto che è capitato all’altro polo della relazione: la professoressa.

È la prof ora a parlare e a far luce su un complesso di questioni che interessano l’attuale sistema didattico. Racconta una nuova storia di tante, tantissime donne e riconosce alla scuola pubblica il merito di avere promosso l’istruzione femminile. Per le ragazze la scuola è stata uno dei fattori principali di libertà e crescita personale.

Don Milani è stato un grande educatore di giovani maschi poveri, a cui ha dato molto di più che un’istruzione. Ha dato loro la parola: poter portare un proprio punto di vista sul mondo. L’importanza che ha dato alla parola (che lui scriveva con la P maiuscola) e la sapienza con cui ha fatto scuola arrivano fino a noi.

Ma c’è una questione di fondo in cui ha mancato. Il cardinal Martini l’ha chiamata “la strana assenza” delle donne. In una sua conferenza del 1983, per i 25 anni dalla pubblicazione di Esperienze pastorali e ripubblicata in questi giorni dalla rivista “Vita e Pensiero”, il cardinale insiste su questo punto e dice: “Si ha quasi l’impressione che per lui il problema pastorale sia solo quello di come portare gli uomini in Chiesa, come portarvi i ragazzi. Vi è una concentrazione esclusiva, di carattere pedagogico su questo elemento, mentre non trova spazio l’attenzione ai problemi sul posto della donna nella cultura, nella Chiesa, nella società. È una lacuna che denota una certa carenza di concretezza nei confronti di ciò che costituiva un aspetto fondamentale dell’esperienza sociale e umana, destinato a così profonde e rapide trasformazioni negli anni successivi.”

Nel dibattito il tema di questa assenza è stato ripreso a fondo non per recriminare ma per mostrare come in don Milani quella mancanza provochi un punto di arresto nel pensiero. E questo perché non vede l’altra, irriducibile sia ai pierini che ai gianni, quella piccola Maria o Concetta che non è andata fisicamente alla scuola di Barbiana. Ma soprattutto che era assente dal suo pensiero. Come lo è ancora dal pensiero di molti intellettuali di oggi.

Il dibattito ha mostrato come oggi si debbano e si possano riaprire le questioni perché viviamo in un tempo a cui le donne hanno dato l’impronta più viva, con il cambiamento della condizione femminile e del rapporto tra i sessi.

Nei 50 che ci separano da don Milani la scuola si è femminilizzata e questo viene spesso ancora percepito come una svalorizzazione, una dequalificazione del mestiere. È una visione miope e fuori tempo. Le moltissime donne che hanno scelto l’insegnamento vi hanno portato una rinnovata passione e una vivacità intellettuale inedita. Le più consapevoli e impegnate hanno messo massimamente in luce l’importanza della relazione e del “come ci si parla” nel processo educativo. Ora si vede bene che in classe ci sono ragazzi e ragazze con un corpo e con una storia e non vasi vuoti da riempire a piccole dosi con un sapere neutro. Queste esperienze rompono con l’uniformità, con le prove standardizzate, con il controllo.

Ora viviamo in un tempo che va incontro alla differenza e uscire dall’uniformità e orientarsi in modo differente può dare un grande impulso all’educazione. Soprattutto in una scuola che ormai è molto segnata da presenze straniere.

Molti uomini hanno mostrato di accogliere e interloquire con le idee e le trasformazioni concepite da donne in questi anni.

L’attuale massiccia presenza femminile a scuola – più donne che insegnano più ragazze che studiano fino all’università – chiede un ripensamento sul suo assetto di fondo. Il contributo femminile non può essere visto nei termini di un’aggiunta o di un andare a pari con gli uomini. Non basta per intendersi nell’insegnamento della letteratura del ‘900 inserire le scrittrici che tuttora mancano, senza riflettere sul canone e su tutto il resto. Non basta inserire l’educazione alle differenze vicino a tutte le altre educazioni, quella stradale, quella alla legalità, alla cittadinanza e quant’altro.

Lettera DI una professoressa è il titolo di uno spettacolo teatrale che riprende questi temi, fa discutere, riapre questioni importanti per il nostro tempo e per la nostra scuola.

25/05/2017

Vita Cosentino e Diana De Marchi